Archifood è il sintetico ed efficace brand 
di Quid Edizioni che coniuga architettura, 
design, cultura del cibo e tutto il variegato mondo che ruota attorno a quest’ultimo. 


L’incontro magico e complesso che avviene tra uno chef, magari proprietario del locale, e un architetto al quale viene affidato il compito di realizzare il sogno dello chef stesso, e cioè il suo ristorante, è una delle storie che Archifood si propone di raccontare. 


E poi tanti designer, libri e mostre collegati all’enogastronomia, itinerari archi-golosi in Italia e all’estero, fotografie e illustrazioni per veri gourmet dell’estetica! Archifood nasce da una idea creativa di Arianna Mariani. 

70m2 Studio di architettura - Della forma e della figurazione

 

Della forma e della figurazione


Testo di Maria Chiara Ballerini
Foto di Pier Corradin © www.pikorra.com

Dare spazio e visibilità a progetti creativi, stimolare la circolazione delle idee, raccontare artisti, oggetti e pensieri: è questa è la filosofia degli architetti Marta Righeschi, Marco Lulli e Lucia Posarelli, dello studio livornese 70m2 che, oltre ad occuparsi di progettazione e direzione architettonica di opere urbane, mettono a disposizione un’area espositiva di 70 metri quadri per esposizioni temporanee, eventi e performance.
Food mood. Cibo e design a tavola è l’evento che ha animato lo studio dal 3 al 22 dicembre 2011, un viaggio d’esplorazione della cultura della convivialità che ha coinvolto artisti, chef e sommelier, presentando a un pubblico di grandi e piccini suggestioni e percorsi multidisciplinari ispirati al cibo e alla sua anima.
Un allestimento anticonvenzionale basato sul riutilizzo di materiali legati all’industria alimentare e immagini tratte dal cinema, dalla fotografia, dalla letteratura e dalla musica sull’argomento, in un contesto vivacizzato da aperitivi, incontri e laboratori tematici che hanno fatto da cornice
all’esposizione di insoliti accessori per la tavola, contraddistinti da un design capace di dare forma concreta all’intuizione.
Marta, in base a quali principi e suggestioni scegliete progetti ed eventi da ospitare o organizzare?
Dal 2010 il nostro studio di architettura ospita mostre temporanee (personali o collettive) di varia natura, il cui unico fattore comune è la ricerca creativa che deve essere alla base di ogni progetto. L’unico limite imposto è quello dei nostri settantametriquadri. Ad oggi, abbiamo curato mostre inerenti il gioiello contemporaneo, il riciclo creativo,
opere realizzate appositamente per lo studio “creazioni luminose”, organizzato incontri con la collaborazione di Emergency o autori del mondo del fumetto, ospitato talenti come Caterina Crepax e Costanza Algranti. 70m2 vuole essere una vetrina e un’occasione per far conoscere a Livorno realtà provenienti da altre città, promuovendo lo scambio e la circolazione di idee. Si tratta di eventi di breve durata rivolti a coloro che trovano stimolo nella creatività, per promuovere chi ha un’idea ma non lo spazio per ospitarla, per dare voce a progetti dai quali traspare professionalità, innovazione e capacità di emozionare.
In che misura intervenite nell’allestimento delle mostre e nella “scenografia” progettuale?
Ci piace entrare in relazione con le persone che ospitiamo dando il nostro contributo in fase di allestimento. Nel nostro spazio non abbiamo mai fatto una mostra sui nostri progetti, ma il nostro lavoro è sempre presente durante ogni evento: le ambientazioni da noi curate stabiliscono un rapporto armonico con gli oggetti esposti; amiamo definirle “architetture effimere”, perché capaci di trasformare uno spazio nella sua totalità pur in maniera temporanea, e “flessibili”, perché pensate per adattarsi a futuri utilizzi, rispondendo all’esigenza di mobilità e trasportabilità. Questa ricerca di sistemi espositivi non convenzionali che lo studio si è prefissata ci ha avvicinato all’utilizzo di materiali insoliti e anonimi, come carta, plastica, foglie, giocando con la quantità e il cambio spiazzante d’utilizzo per amplificarne l’impatto visivo.
Come e perché nasce l’idea di organizzare un evento legato al mondo del food?
Quale posto migliore per dare spazio alla creatività se non a tavola? L’idea originaria era quella di organizzare un evento di una serata soltanto: una cena nella quale progettare tutto, dalla tavola alla presentazione dei cibi. Food design solo per una sera. Poi come sempre ci siamo messi a fare ricerca e iniziando a studiare ci si è aperto un mondo, così abbiamo deciso di curare una mostra vera e propria in cui emergesse la vera “anima del cibo”. Oggetti di design legati alla tavola, immagini scattate da food photographer, una “macedonia cinematografica” proiettata continuamente sulle pareti dello studio, editoria del settore per grandi e piccini, la cena di inaugurazione della mostra con lo chef Enrico Sarno, l’aperitivo “bianco” con il piatto K-wine e quattro finger food rigorosamente bianchi preparati da noi, i laboratori per i più piccoli... Le nostre mostre nascono così: uno dei tre propone un tema che puntualmente si trasforma strada facendo!
Il logo dell‘evento è ispirato a un codice a barre. Quale concept intende comunicare?
Ci diverte curare la grafica degli eventi che organizziamo, dalle cartoline d’invito ai cataloghi, e questa volta l’idea del logo è venuta a Marco. Il codice a barre nasce proprio dall’esigenza di automatizzare le operazione di cassa del mercato alimentare: non sono altro che segni che devono essere decodificati per avere informazioni su un prodotto. Il nostro codice a barre voleva essere un modo per mettere in contrasto l’aspetto più commerciale dell’industria alimentare con la vera “anima del cibo” che è il tema della mostra.
La multidisciplinarietà è il filo conduttore dell’ambientazione, ma contraddistingue anche le opere esposte. A cosa alludono le posate “polisemantiche” di Zo-loft, il cui manico è una penna?
Ormai la pausa pranzo è sempre più veloce e spesso viene consumata nel luogo di lavoro, per questo lo studio Zo-loft ha pensato a come poter avere a portata di mano il necessario per un pasto rapido. Din-ink è un progetto che trasforma lo strumento di lavoro quotidiano, una normalissima penna a sfera, in posata, grazie a un set di tappi sagomati a forma di forchetta, coltello e cucchiaio.
Che rapporto c’è tra audacia creativa, valore estetico e reale fruibilità?
Questi pezzi di design nascono dall’osservazione dei comportamenti e delle abitudini delle persone per materializzarli in oggetti di uso quotidiano. I progetti che abbiamo selezionato per la mostra hanno come filo conduttore la ricerca etica che conduce all’estetica di un oggetto. Non ho dubbi che questo tipo di design sia quello realmente fruibile. Appo (Carlo Trevisani) è un tappo in sughero che si trasforma in alzata se appoggiato sul collo di una bottiglia: quante volte seduti intorno ad una tavola piccola si cercato un po’ di spazio su cui appoggiare un piatto? Perché non trovarlo sul collo di una bottiglia! 80gr (Michele Venisti) è un piatto studiato per dosare e mangiare gli spaghetti, ha due tagli a forma di “V” che misurano esattamente 80gr di pasta (un gesto quotidiano, quello di appoggiare gli spaghetti sul piatto in attesa dell’acqua sul fuoco); forKnelt (Zo_loft) è una forchetta il cui manico è stato curvato per evitare di sporcare la tovaglia e per essere accostata meglio al bordo del piatto senza che scivoli; Girotondo (Matteo Ragni) è uno stampo in silicone per dolci che consente di sfornare due ciambelle di dimensioni diverse (una da presentare per la cena e una di assaggio per accertarci che sia venuta bene o per fare una merenda).
A proposito di ciambelle…quali sono state le reazioni di adulti e bambini durante i laboratori tematici?
Siamo rimasti molto soddisfatti della risposta dei partecipanti, soprattutto dei più piccoli. È stato bello vedere i bambini partecipare a un laboratorio e tornare agli incontri successivi... non ci capita spesso di avere in studio dieci bambini seduti al tavolo delle riunioni che scoprono gli alimenti e le loro potenzialità creative e imparano divertendosi dopo avergli offerto la merenda!

Su