Archifood è il sintetico ed efficace brand 
di Quid Edizioni che coniuga architettura, 
design, cultura del cibo e tutto il variegato mondo che ruota attorno a quest’ultimo. 


L’incontro magico e complesso che avviene tra uno chef, magari proprietario del locale, e un architetto al quale viene affidato il compito di realizzare il sogno dello chef stesso, e cioè il suo ristorante, è una delle storie che Archifood si propone di raccontare. 


E poi tanti designer, libri e mostre collegati all’enogastronomia, itinerari archi-golosi in Italia e all’estero, fotografie e illustrazioni per veri gourmet dell’estetica! Archifood nasce da una idea creativa di Arianna Mariani. 

Camilleri Giovanni - Le boudoir: rancorosi con Garbo

 

Le boudoir: rancorosi con garbo


Testo di Maria Chiara Ballerini
Foto di Margherita Cenni

«... anche l’alba che li coglie livida di bardolino porta rispetto e fa un inchino Accolita di rancorosi settimini cuspidi e tignosi persi nella vita come dentro una corrida...» (Vinicio Capossela, L’accolita dei rancorosi)
La canzone di Capossela, ispirata al romanzo di John Fante La Confraternita del Chianti, ispira a sua volta la creazione di uno dei locali più insoliti, vivaci e gradevoli del centro di Senigallia, letteralmente pullulante di riferimenti e rimandi storici e letterari. Una realtà tutt’altro che accidentale, a riprova del clima diffuso di attività, spirito d’iniziativa, lungimiranza intellettuale che si respira da diversi anni nella città marchigiana, artefice di un rinascimento cittadino che vede crescere ogni giorno di più un senso comune partecipativo, colto e ospitale.
La porta d’ingresso di Le Boudoir spartisce due dimensioni temporali, trasportando chi entra indietro nel tempo, in un “caffè” come poteva presentarsi nel XVIII o XIX secolo. Tra pareti intonacate di rosso cremisi o rivestite di stoffe damascate, mobili in stile, migliaia di libri sparsi ovunque, strumenti musicali d’epoca, tavolini, specchi, divani e abat-jour, tutto l’arredamento ricrea l’aspetto e l’atmosfera di un “boudoir”, il salottino privato della camera delle signore riservato alla toletta e alla conversazione.
Ma questa è solo la seconda accezione del temine boudoir. Il primo significato, vero spunto di partenza per il nome del locale, deriva dal verbo bouder, ovvero “mettere il broncio”. Giovanni Camilleri e Serena Cecchetto sono imbronciati e “rancorosi” nei confronti degli aspetti deteriori della modernità, quelli che hanno stravolto la semplicità dei rapporti umani e di conseguenza la concezione e la funzione stessa dei locali pubblici, un tempo luoghi di dialogo e condivisione ancora prima che di scambio commerciale. Stanchi dell’omologazione dei locali metropolitani con offerta appiattita e dominata da marchi noti al grande pubblico, progettano di risuscitare un passato preindustriale in un locale “diversamente commerciale”. La peregrinazione attraverso il centro Italia trova pace nelle Marche, regione “senza marchio” e ancora in possesso di una verginità altrove perduta, e precisamente nella Senigallia fondata dai Galli Senoni provenienti dal Sud della Francia, dove secoli dopo nacquero i primi café litteraire.
In netta controtendenza rispetto a ciò che il commercio suggerisce, Le boudoir intende rompere i consueti schemi sociali e riproduce l’ambiente dei primi locali a cavallo del 1700 sul modello del parigino Le Procope, salotti in cui ci si incontrava non tanto o non soltanto per consumare ma per leggere o fare conversazione, luoghi dedicati all’intrattenimento culturale e alla trasmissione del sapere.
Grazie alle competenze di disegnatore tecnico, oltre che di esperto barman, Giovanni Camilleri ha progettato l’architettura del locale fin nei minimi dettagli. Gli ambienti, al piano terra e nel seminterrato con cantina di archi in pietre a vista, sono suddivisi in salotti e portano il nome di personaggi “bohemien” di ogni epoca, come Baudelaire, De André, Vinicio, Dioniso, mentre il bancone è di nome e di fatto un Thermopolium: atto di devozione alla storia dell’ospitalità. La ricostruzione dell’ambiente e l’intero sistema di arredamento sono il frutto di una ricerca oculata di mobili e oggetti presso mercatini e rigattieri in Italia e in Europa, in modo che tutti gli arredi risultassero usati e appartenenti al passato. Oltre al richiamo storico, la scelta ha un valore etico: l’usato non genera consumismo.
A questo proposito va notato che Le Boudoir aderisce al progetto Lifegate Energy ed è uno dei pochi locali realmente “a impatto zero”, con emissioni di CO2 calcolate, ridotte e compensate (www.lifegate.it). La coerenza del discorso si estende anche al food&beverage. I gestori selezionano i vini, per l’80% naturali, a casa dei produttori, dopo averli conosciuti e aver vissuto la terra che li circonda, e svolgono sugli alcoli una ricerca minuziosa che comporta viaggi e tempo ma riempie una parete di ottimi Whisky e Rum provenienti da tutto il mondo. La cucina si basa su alimenti sempre freschi, disponibili ogni mattina sul territorio locale, che dispensano dall’uso di strumentazioni avanguardistiche e fanno danzare il menu al ritmo delle stagioni. La presentazione dei piatti è raffinata, mentre le dosate sperimentazioni gustative sono una meritata concessione all’estro dei cuochi Andrea Branchini e Diego Cecilioni.
Nei tanti elementi che s’integrano e si incastrano in un’armonia spazio-temporale fatta di coincidenze e rimandi voluti, rientra anche l’insegna del locale. La stessa del cabaret parigino Le chat noir, a evocare ancora una volta il modo in cui erano concepiti in passato gli eventi sociali e culturali. Le Boudoir possiede angoli per presentare libri, dibattere, assistere a performance di lettura e di teatro, ascoltare musica di artisti nazionali e internazionali, di diversa provenienza ma tutti “in direzione ostinata e contraria”, anche loro in fondo un po’ maledetti e un po’ no.

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