Archifood è il sintetico ed efficace brand 
di Quid Edizioni che coniuga architettura, 
design, cultura del cibo e tutto il variegato mondo che ruota attorno a quest’ultimo. 


L’incontro magico e complesso che avviene tra uno chef, magari proprietario del locale, e un architetto al quale viene affidato il compito di realizzare il sogno dello chef stesso, e cioè il suo ristorante, è una delle storie che Archifood si propone di raccontare. 


E poi tanti designer, libri e mostre collegati all’enogastronomia, itinerari archi-golosi in Italia e all’estero, fotografie e illustrazioni per veri gourmet dell’estetica! Archifood nasce da una idea creativa di Arianna Mariani. 

Liuzzi Raffaele - Chef e molto più

 

Chef e molto più


Testo di Arianna Mariani
Foto di Vito Corvasce


“È finito tutto a tarallucci e vino”, cioè è finito tutto bene. È emblematico che proprio i Taralli siano diventati i protagonisti di un detto tanto amichevole. Inoltre, queste ciambelle riuniscono in sé gli elementi più caratteristici del paesaggio agricolo pugliese: grano, olio e vino.
Nelle quattro righe rubate da “Taccuini Storici” – rivista multimediale di alimentazione e tradizioni – sono racchiusi lo spirito e il sapore di Raffaele Liuzzi e della sua Locanda Liuzzi di Cattolica. Esuberante “locandiere” Raffaele - pugliese di Canosa ancora fortemente attaccato a grano, olio e vino - ha plasmato il nido a sua misura. Un teatro per stupire, divertire e divertirsi. Dall’esterno della struttura si notano sfiziose “tendine” alle finestre composte da lunghi fili di posate modellate in modo da creare continuità l’una con l’altra: i rebbi della forchetta si arricciano per agganciarsi con il manico di un cucchiaino che a sua volta ha l’incavo forato su cui si innesta la punta di un coltello. All’interno la scenografia si fa più complessa: paralumi costruiti con tazzine da caffè, uova imprigionate in prismatici vasi con acqua al posto dei fioriti centro-tavola, piatti decorati da schizzi color liquirizia, menù pieni di simboli ed espressioni algebriche. Il dubbio sorge istantaneo: ma qui si mangia? Che cosa? Con una coppola in testa – rigirata ovviamente – risponde lo chef patron, Raffaele Liuzzi, affabulatore e giullare al contempo: la cucina di cui è portavoce è una cucina mediterranea di base ma completamente rovesciata nelle aspettative, nelle forme e nei sapori. Un babà a casa Liuzzi rischia di essere salato; lo sgombro viene affumicato al tavolo in una caffettiera napoletana; lo spiedino è di rigatoni, col cioccolato al sale di Cervia e gelée di Calvados. Il divertimento e la ricerca dello spettacolo sono nel DNA del personaggio che, in preda molto spesso a sbalzi umorali, li persegue per puro piacere personale in primis, e poi per dare un quid in più al cliente che ha deciso di non passare una serata a cena in casa. Il gusto finale della cucina della Locanda dipende, secondo Raffaele Liuzzi, da quanto il consumatore è stato stupito: dall’appeal della presentazione, dall’originalità dello sviluppo del piatto (magari verticale anziché orizzontale), dagli accostamenti organolettici azzardati; forma e sostanza dei suoi piatti concorrono entrambe al perseguimento dello stupore perché se l’una rassicura l’altra deve necessariamente lasciare basiti.
Grande improvvisatore sia in cucina che in sala e presumibilmente nella vita, ascolta il genio momentaneo e lo mette immediatamente al lavoro stravolgendo ricette o inventando pièces culinarie, creando nuove appliques o stoviglie, progettando un bar per la Locanda che sia rivestito di ardesia in modo da disegnarlo coi gessetti ogni qualvolta ne avrà voglia, inserendo nuovi articoli nell’emporio descritto sul menù che già annovera taralli, olio, tovaglie di juta, sottopiatti in vetro, portalampade con tazze da caffè.
In una piazza come Cattolica, abituata a fritti e pizzerie, Raffaele Liuzzi ha sicuramente creato scompiglio ma è riuscito comunque a emozionare segnando così il suo personale goal, senza mai dimenticare la Puglia che ha nel cuore e che riassapora ogni volta che assaggia le sue millefoglie con mousse di fichi secchi e salsa allo yogurt. Sono i sapori antichi di Raffaele bambino, quando girava fichi e mandorle per farli maturare al sole in tutti i lati.

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