Archifood è il sintetico ed efficace brand 
di Quid Edizioni che coniuga architettura, 
design, cultura del cibo e tutto il variegato mondo che ruota attorno a quest’ultimo. 


L’incontro magico e complesso che avviene tra uno chef, magari proprietario del locale, e un architetto al quale viene affidato il compito di realizzare il sogno dello chef stesso, e cioè il suo ristorante, è una delle storie che Archifood si propone di raccontare. 


E poi tanti designer, libri e mostre collegati all’enogastronomia, itinerari archi-golosi in Italia e all’estero, fotografie e illustrazioni per veri gourmet dell’estetica! Archifood nasce da una idea creativa di Arianna Mariani. 

Minerva Giulia - Tempo passato presente

 

Tempo passato presente


Testo di Genni Ceresani
Foto di Vito Corvasce

Negli anni Trenta, in previsione dell’ Esposizione Universale che si sarebbe dovuta tenere a Roma nel 1942, Benito Mussolini pensò di pianificare un nuovo quartiere nella zona a sud-ovest della città, in direzione mare. Per l’occasione, venne proposta una rosa dei maggiori nomi dell'architettura del tempo ma purtroppo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale interruppe bruscamente i buoni propositi del progetto originale.  Dell’esposizione Universale è rimasto solo il nome, EUR come tutti lo conosciamo, con il Palazzo dei Congressi, l’Archivio Centrale, l’INPS e l’INAIL e altri ancora, tutti edifici costruiti rigorosamente in stile fascista, ispirato all' urbanistica classica romana in combinazione con gli elementi del Razionalismo Italiano. Alla base di uno di questi monumentali palazzi, proprio di fronte al Palazzo Mostra dell'Arte Moderna, si trova il ristorante Geco, un luogo in bilico tra passato e presente, dove la contemporaneità e il cosmopolitismo s’insinuano prepotentemente tra le massicce pareti e le colonne in marmo bianco e travertino. La classicità degli esterni, l’ampio respiro nei volumi e la grande estensione degli interni ha permesso di realizzare una progettazione eclettica per accogliere un ristorante con annessa una galleria d’arte e uno spazio artistico per installazioni e performance varie.
Un attento lavoro di riqualificazione strutturale supervisionato dall’Architetto Francesca Villanucci e una certosina ridefinizione degli interni, diretta dall’interior design Rocco Bellanova dello studio ANVI di Roma, ha creato un locale fuori dai generi e diverso rispetto alle abituali tendenze italiane dove emergono contaminazioni americane tipicamente newyorkesi, vocazioni berlinesi, suggestioni francesi ma dal gusto incline al classicismo che calza a pennello in un contesto come quello romano.
Le colonne preesistenti che caratterizzano gli ambienti, marcando anche i 7 metri e mezzo di altezza interna,  sono state rivestite con tavole di abete invecchiato e riadattate a scaffali porta vini mentre le pareti laterali sono state quasi interamente ricoperte con del materiale fonoassorbente dipinto di bianco, in modo da diventare delle tele bianche che, grazie anche all’utilizzo delle moderne lampade RGB, si prestano perfettamente a giochi cromatici in movimento.
La parete dell’ingresso è completamente rivestita con una lamiera zincata ondulata, nella quale sono state inserite appliques in mosaico di specchio per formare dei segmenti di luce verticali che riverberano in maniera discontinua nelle onde della lamiera. Di fronte invece, una stupefacente installazione a muro composta da 500 farfalle di ceramica, in stile futurista, che dona allo spazio un senso di dinamismo, mutamento e modernità. Le installazioni cambiano continuamente, quasi a sottolineare il ciclo delle stagioni e di mese in mese prendono nuove sembianze, evocando in lontananza il senso dell’architettura futurista, agile, mobile, in perenne metamorfosi. In ultimo la superficie a vista delle cucine, rivestita da esagoni in 'mdf' laccati con vernice metallizzata che esplodono tridimensionalmente aprendosi come un grande fiore di metallo, per salire e ramificarsi lungo la parete fino al bancone del bar. Il soffitto riprende le linee geometriche dell’architettura anni Quaranta con cassettoni concentrici metallizzati di differenti altezze che producono ancora originali giochi di luce riflessi nell’elegante parquet di listoni chiari e luminosi.
L’estro e  la modernità degli arredi, in netta contrapposizione con l’architettura classica degli esterni, statica e monumentale, ben si sposa con la proposta enogastronomica del ristorante che prevede non solo piatti tipici della migliore tradizione romana, ma  che diventa anche braceria con forno a legna per pani fatti in casa, pizze e carni pregiate. Giulia Minerva, la chef del locale, suggerisce tra i piatti forti Involtini di melanzane alla beccafico, Tartare e crudità di pesce, Zuppa di arzilla e broccolo romanesco, Cacio e pepe con fiori di zucca e l’immancabile Amatriciana, chissà, anch’essa guarnita con decori e dettagli di stampo futurista. Inevitabilmente, tradizionale ma anche sperimentale non può che essere anche la carta dei vini.
Insomma, il ristorante Geco, e naturalmente i suoi fautori, ha avuto il coraggio di sperimentare qualcosa di nuovo in un gioco di contrapposizione tra antico e moderno, tra statico e dinamico, tra consueto e inusuale dove l’arte del buon gusto e l’esperimento del design architettonico si combinano alla perfezione in un luogo unico, coraggioso e decisamente (post?)contemporaneo.

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