Archifood è il sintetico ed efficace brand 
di Quid Edizioni che coniuga architettura, 
design, cultura del cibo e tutto il variegato mondo che ruota attorno a quest’ultimo. 


L’incontro magico e complesso che avviene tra uno chef, magari proprietario del locale, e un architetto al quale viene affidato il compito di realizzare il sogno dello chef stesso, e cioè il suo ristorante, è una delle storie che Archifood si propone di raccontare. 


E poi tanti designer, libri e mostre collegati all’enogastronomia, itinerari archi-golosi in Italia e all’estero, fotografie e illustrazioni per veri gourmet dell’estetica! Archifood nasce da una idea creativa di Arianna Mariani. 

Mini Rino - Mala Aurea, poma amoris, pumuramuri

 

Mala Aurea, poma amoris, pumuramuri


Testo di Arianna Mariani
Foto di Margherita Cenni

L’avventura inizia nella tarda primavera del 1993 quando Rino Mini riceve in regalo da un contadino, Attilio, delle piantine di pomodori -anzi Pomod’Ori- speciali; le pianta nell’orto della sua casa colonica a Covignano di Rimini e, a metà estate, raccoglie pomodori giganti, tutti sopra i 3 chili e di ottima qualità: forma costoluta perfetta, polpa rosa e asciutta, pochissimi semi. La notizia si sparge velocemente, generando curiosità anche da parte di qualche giornalista che, incredulo, presuppone l’uso di ormoni o almeno strani innesti. Allo stesso tempo, gli amici di Rino Mini, cominciano a frequentare sempre più spesso la casa con l’orto ‘magico’ e a fermarsi per cene conviviali in cui ognuno porta assaggi della Romagna: piadine, salsicce di maiale, sardoncini da grigliare; meravigliosa cornice per i pomodori strabiglianti tagliati grossolanamente a fettone. Incoraggiato dagli amici, Mini sogna un ristorante o agriturismo nella sua casa colonica del ‘600; il sogno diventa realtà nel giugno del 1994 quando inaugura l’agriturismo Il Pomod’Oro. Dopo dieci anni di successo, Mini deve abbandonare la conduzione per dedicarsi ad altre attività e di lì al 2010 si avvicendano gestioni più o meno fortunate. Nel 2010 Mini torna ai fornelli con le sue ricette originali del 1994, con la passione che aveva decretato il successo iniziale del locale, con le materie prime che personalmente selezionava per tradurre in gusto un ricordo antico. Aggiunge nuove proposte come la Pizza di campagna o il Girarrosto con il braciere a legna e l’aia ritorna ai vecchi splendori senza mai farsi mancare le Falde di Pomod’Ori Spellati con un filo di Olio del Colle e basilico, oppure la Pappa al Pomod’Oro o, perché no, una fettona di Pomod’Oro gigante (solo quando i Pomod’Ori Giganti sono maturi – recita il menu) condita con sale e olio.
Recentemente, per la conduzione del locale, al patron Rino Mini si è affiancato Maurizio Signorini di Azzurra, storico ristorante riccionese. Tutti gli spazi de Il Pomod’oro, sia esterni che interni –sono minuziosamente scenografati con rimandi continui al celebrato ortaggio: carriole e cassoni in legno con pomodori dalle varie cromie ornano l’aia, accanto a brassiche candide o violacee; centrotavola, segnaposti, cestini del pane sulle tavole imbandite; scaffali e credenze d’antan con barattoli in vetro di pomodori confit, passate e pelati alle pareti.
Le Berkel per i salumi da affettare, le trecce di cipolle appese alternate a salumi e caciotte, le terrine di sapore antico, sedie e tavoli di campagna, tovagliati e torcioni a quadrettoni bianchi e rossi: un vero e proprio allestimento teatrale che sconfina sino al parcheggio, dov’è riprodotto un antico borgo colorato con botteghe artigiane. Il locale appare come una grande serra con struttura di ferro e immense vetrate, pavimentazione di sanpietrini (cubetti anticati in pietra scorza), illuminazione con lampade a sospensione di rame, decisamente en pendant con il pentolame utilizzato nelle cucine a vista. Credenze in legno chiaro ovunque -a cassettoni o a mensole- come negli empori di una volta; su di esse abbondano grandi barattoli da conserva di giardiniera, cipolle in agrodolce, ortaggi sottolio o sottaceto; sulle alzate sono invece appoggiati asparagi a mazzi, cavoli cappucci in cassetta, bulbi con timide infiorescenze, zucche a forma di pera. Due fitte pagine dell’appetente menu raccontano la storia del pomodoro: pianta originaria di una zona compresa tra Cile, Perù ed Ecuador. In Europa arrivarono con le navi dei conquistadores e furono inizialmente accolti con notevoli pregiudizi: ritenuti da alcuni velenosi e da altri afrodisiaci, ben presto conobbero fortuna grazie agli Arabi che contribuirono alla loro diffusione in tutto il bacino del Mediterraneo.
A Napoli s’impiantarono stabilmente prim’ancora che in altre zone d’Italia, dove perlopiù fungevano da piante ornamentali in dimore aristocratiche. Relativamente all’uso gastronomico, fino alla prima metà del ‘700 il pomodoro fu addirittura espulso dalla classificazione degli alimenti in quanto ritenuto tossico. I primi ricettari che fanno onore al pomodoro sono napoletani. Da questa culla, l’ortaggio s’irradiò in tutte le regioni italiane. La prima menzione ufficiale di una pizza al pomodoro risale al 1835 e è contenuta nel diario di viaggio di Alexandre Dumas padre. È invece datata 1889 la creazione delle pizze Margherita e Marinara, ad opera del più celebre pizzaiolo partenopeo: Raffaele Esposito, che le preparò per Umberto I e la consorte Margherita in occasione del loro soggiorno a Capodimonte. Due anni dopo venne pubblicata “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi con numerosissime ricette a base di pomodoro.
Il menu de Il Pomod’Oro si chiude con una bella immagine delle varietà di pomodori più diffusi: Cuore di bue, San Marzano, Tondo, Datterino, Sardo, Perino, Ramato, Ciliegino, Costoluto. Guardandoli e pregustando il loro sapore non si può non appoggiare il credo napoletano per cui “il pomodoro è una mezza religione”.

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