Archifood è il sintetico ed efficace brand 
di Quid Edizioni che coniuga architettura, 
design, cultura del cibo e tutto il variegato mondo che ruota attorno a quest’ultimo. 


L’incontro magico e complesso che avviene tra uno chef, magari proprietario del locale, e un architetto al quale viene affidato il compito di realizzare il sogno dello chef stesso, e cioè il suo ristorante, è una delle storie che Archifood si propone di raccontare. 


E poi tanti designer, libri e mostre collegati all’enogastronomia, itinerari archi-golosi in Italia e all’estero, fotografie e illustrazioni per veri gourmet dell’estetica! Archifood nasce da una idea creativa di Arianna Mariani. 

Talocci Giovanna - Segnali di cibo

 

Segnali di cibo


Testo di Francesca Guidoni
Foto di Archivio Quid

Segnali di cibo compie dieci anni e vogliamo ricordare l’iniziativa che con lungimiranza aveva coniugato insieme le più importanti realtà della migliore cultura italiana come i designer, gli architetti, i produttori agrolimentari, i ristoratori, gli enologi e i territori. Nel 1999 era stata lanciata una provocazione ai designer affermati e non, per esplorare la tradizione e ripensarla dagli strumenti della cucina e della tavola. Da questa idea e dall’incontro con la designer Giovanna Talocci e la storica e critica del design Anty Pansera, è nata una mostra: Il tempo degli oggetti, gli oggetti nel tempo. La rassegna aveva proposto un inedito trinomio tra gastronomia, territorio e design presentando le creazioni di oltre settanta progettisti italiani ed europei, ai quali era stato chiesto di ridisegnare o reinventare gli strumenti utilizzati per la preparazione, per la cottura e la presentazione di un cibo o di una bevanda. Ne è scaturito un repertorio inedito nelle forme e nei materiali e un ricettario rivisitato e riscoperto, che coniuga cultura del cibo, del territorio e del design. Per ricordare l’esperienza abbiamo incontrato Giovanna Talocci, allora art director dell’iniziativa, per farci raccontare il suo ricordo.

Come è nata l’idea della mostra?

È nata insieme al creativo Paolo Paci; voleva realizzare un’iniziativa legata alla cultura del cibo. Ci siamo conosciuti alla manifestazione Bagno senza confini e poi da lì, scoprendo la reciproca passione per la cucina abbiamo deciso di fare qualcosa insieme e così è nata l’idea di questa mostra. Ricordo che mi ha trovato presente ed entusiasta; sono una donna e una grande appassionata di cucina e molto legata alla tradizione. Il filo conduttore era svelare i meccanismi della progettazione, coniugando design e cibo.
Partendo dalle ricette, tipiche del luogo di origine a cui i designer erano particolarmente legati, ricercando l’oggetto “storico” e tradizionalmente usato per la loro preparazione, sono nati gli input di partenza per poi ripensare un nuovo oggetto di design che traesse spunto dalla tradizione ma innovandolo con l’utilizzo delle nuove tecnologie. In un secondo momento è stata coinvolta anche Anty Pansera per aiutare i designer, in quanto storica del design, a ricostruire la storia degli oggetti da loro scelti. Quindi il progetto partiva da una ricetta a cui il designer era particolarmente affezionato, ricercando l’oggetto storico e poi da lì cominciava la trasformazione o la completa riprogettazione.
La mostra è stata un’iniziativa molto interessante, sviluppata in più edizioni itineranti; la prima a Milano, la seconda a Recanati nella sede della Guzzini, sponsor dell’iniziativa, e a Francoforte. Un’edizione particolare quella di Francoforte: i progettisti coinvolti non erano solo italiani, ma anche stranieri, tedeschi in particolare; un’esposizione arricchita da circa una ventina di progetti. Oltre a un grande successo di pubblico e di addetti ai lavori, questa iniziativa ha prodotto una serie di eventi positivi a catena. In quegli anni   cominciavano a nascere le prime televisioni satellitari italiane come Raisat e nasceva il canale del Gambero Rosso; dopo questa mostra è nata una collaborazione tra me e la rete che è durata poi per molti anni.

Come ha accennato nella risposta precedente, quali sono stati gli effetti culturali dell’iniziativa?


Penso che qualsiasi percorso, sia professionale che privato faccia crescere. E posso confermare che dopo questa esperienza sono cresciuta molto. Ho conosciuto molti colleghi e ho potuto così arricchirmi conoscendo nuovi meccanismi di progettazione. Scavare nelle tradizioni e negli affetti, ripensare il racconto di una vita, la propria, ha permesso di creare complicità e amicizie. Il bel dialogo e la condivisione di esperienze ha creato rapporti e con alcuni vere e proprie amicizie. L’intento era di capire i sistemi progettuali. Un altro aspetto che ha aperto nuove strade alla mia professione è stata la visibilità sui media, ho avuto la possibilità di fare nuove esperienze che sono poi durate per molto tempo come quella con il Gambero Rosso. Gli oggetti non nascono dal caso, non esiste nessun oggetto che nasce dal nulla. Nella mostra questo concetto è stato quasi esasperato con la presentazione della ricetta affiancata all’oggetto storico e poi il nuovo strumento, modificato o completamente reinventato. Il legame con il passato è evidente. Innovare è reinterpretare in maniera intelligente il passato, non solo modificare l’oggetto stilisticamente.

Alcuni degli oggetti in mostra sono poi entrati in produzione?


Se non ricordo male lo Scolapasta di Romeo Guaricci, quello di Grafite Design e il girarrosto di Marcello Ziliani. Comunque tutti i progetti erano potenzialmente adatti al mercato, pochissimi erano quelli irrealizzabili perché troppo vicini a un sogno. Molti sono stati inseriti sul mercato e rielaborati e adattati alla tecnologia o all’azienda, come sempre capita agli oggetti di design quando vengono messi in produzione.

Che impatto aveva avuto all’epoca questa iniziativa?
Secondo lei è ancora oggi una proposta interessante e attuale?

Credo che sia ancora valida e riproporla oggi sarebbe molto attuale. Anzi negli anni ho visto che ci sono stati eventi simili e proposti come nuovi, ma non è così. A Milano, presso Spazio Quid di via Vigevano, avevano partecipato 1.200 visitatori alla mostra. Poi l’organizzazione era stata curata nei minimi particolari, con un catering raffinato, curato da Uliassi, che ai tempi non era ancora così famoso come poi è diventato. Tutto l’insieme era molto ricercato. La mostra è stata visitata da molti addetti ai lavori tra cui Gillo Dorfles, è stata apprezzata e ha avuto un buon riscontro anche mediatico. Come dicevo prima, negli anni si sono presentate mostre simili nel campo della progettazione e del design che hanno seguito questa scia, ma non hanno mai presentato un progetto così completo: manca sempre il percorso della memoria: qualcuno era legato alle ricette, ma nessuno completa mai i tre passaggi. C’è ancora chi si ricorda e mi chiede di Segnali di cibo. Posso dire che è stata un’iniziativa potente.
E una frase ancora attuale di Giovanna Talocci scritta nel catalogo della mostra: “Un pretesto per riscoprire la figura del designer nella sua complessità: è anche questo l’obiettivo di questa sfida. Troppo spesso, infatti, si tende a considerare il designer come un professionista proiettato solo verso il futuro, senza la dovuta attenzione al passato, la cui creatività
si esprime con l’aiuto della matita o del computer in progetti tecnologicamente all’avanguardia. E l’osservazione che, forse non a caso, molti designer sono anche ottimi cuochi, è diventata un’altra occasione per parlare di creatività in senso globale.”

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